LUIS SEPULVEDA.
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STORIA DI UN CANE CHE INSEGN A UN BAMBINO LA FEDELT.
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Titolo originale: Historia de un perro llamado Leal.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
       http:\\www.galiano.it
   ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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 dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libert conosciuta da
cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo
compagno Aukama, il bambino indio che  stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto
insieme ai mapuche, la Gente della Terra,  odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte
le sue creature. Ora la sua missione  quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco   dare la
caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di l del fiume. Dove lo porter la caccia? Il destino
 scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedelt: alla vita che non si pu
mai tradire e anche ai legami d'affetto che il tempo non pu spezzare.
Luis Seplveda  nato in Cile nel 1949 e vive in Spagna, nelle Asturie. Ha pubblicato: Il
vecchio che leggeva romanzi d'amore, Il mondo alla fine del mondo, Un nome da torero, La
frontiera scomparsa, Incontro d'amore in un paese in guerra, Diario di un killer sentimentale,
Jacar, Patagonia Express, Le rose di Atacama, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegn a
volare, Raccontare, resistere (con Bruno Arpaia), Il generale e il giudice, Una sporca storia, I peggiori
racconti dei fratelli Grim (con Mario Delgado Aparan), Il potere dei sogni, Cronache dal Cono Sud,
La lampada di Aladino, L'ombra di quel che eravamo, Ritratto di gruppo con assenza, Ultime notizie
dal Sud, Tutti i racconti, Storia di un gatto e del topo che divent suo amico, Ingredienti per una vita di
formidabili passioni, Storia di una lumaca che scopr l'importanza della lentezza, Un'idea di felicit
(con Carlo Petrini), Trilogia dell'amicizia e L'avventurosa storia dell'uzbeko muto. I suoi libri sono
editi in Italia da Guanda.
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Dungu  Parole...
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Questo libro colma un debito che durava da tanti anni. Ho sempre sostenuto che gran parte
della mia vocazione di scrittore nasce dal fatto di aver avuto nonni che raccontavano storie, e nel
lontano Sud del Cile, in una regione chiamata Araucana o Wallmapu, ho avuto un prozio, Ignacio
Kallfukur, mapuche (termine formato dall'unione di due parole  mapu, terra, e che, gente  la cui
traduzione corretta  Gente della Terra), che al tramonto raccontava ai bambini mapuche storie nella
sua lingua, il mapudungun. Io non capivo cosa dicevano tutti gli altri mapuche nella loro lingua
nativa, per capivo le storie che narrava il mio prozio.
Erano storie che parlavano di volpi, puma, condor, pappagalli, ma le mie preferite erano quelle
che raccontavano le avventure di wiga, il gatto selvatico. Capivo cosa raccontava il mio prozio
perch, pur non essendo nato in Araucana, nella Wallmapu, sono anche io mapuche. Sono anche io
Gente della Terra.
Ho sempre desiderato raccontare una storia ai bambini mapuche, al tramonto, sulla riva del
fiume, mangiando i frutti dell'araucaria e bevendo il succo delle mele appena raccolte negli orti.
Ora che mi avvicino all'et del mio prozio Ignacio Kallfukur, vi racconto la storia di un cane
cresciuto insieme ai mapuche. Di un cane che insegn a un bambino la fedelt.
Vi invito quindi in Araucana, nella Wallmapu, il paese della Gente della Terra.
dedica

Ai miei nipoti Daniel, Gabriel, Camila,
Valentina, Aurora e Samuel.
Ai miei piccoli fratelli
del popolo mapuche. Il mio popolo.

Kie  Uno
Il branco di uomini ha paura. Lo so perch sono un cane e fiuto l'odore acido della paura. La
paura ha sempre lo stesso odore e non importa se la prova un uomo spaventato dal buio della notte o se
la prova waren, il topo che mangia finch il suo peso diventa una zavorra, quando wiga, il gatto delle
montagne, si muove guardingo fra gli arbusti.
Il fetore della paura negli uomini  cos forte da guastare gli aromi della terra umida, degli
alberi e delle piante, delle bacche, dei funghi e del muschio che il vento mi porta dal folto del bosco.
L'aria mi porta anche, molto leggero, l'odore del fuggiasco, ma quello sa d'altro, sa di legna
secca, di farina e di mele, sa di tutto quel che ho perduto.
L'indio si nasconde di l dal fiume. Non dovremmo slegare il cane?  domanda uno degli
uomini.
No,  molto buio. Lo sleghiamo alle prime luci dell'alba risponde l'uomo che comanda il
branco.
Il branco di uomini  diviso in due: quelli seduti intorno al fuoco, che hanno acceso
maledicendo la legna umida, e quelli che con le loro armi per uccidere in mano guardano verso il buio
del bosco, senza vedere altro che ombre.
Anche io mi accuccio sulle zampe, tenendomi a distanza. Mi piacerebbe stare al caldo, ma evito
il fuoco che hanno acceso perch il fumo mi annebbierebbe gli occhi e mi impedirebbe di fiutare i
mutevoli odori. Il fuoco  stato acceso male e si spegner presto. Gli uomini di questo branco non
sanno che lemu, il bosco, d buona legna secca, basta chiederla dicendo mamll, mamll, e allora il
bosco capisce che l'uomo ha freddo e lo autorizza ad accendere un fuoco.
Mi arriva alle orecchie il gracidio di llungki, la rana, nascosta fra i sassi sull'altra riva di leuf, il
fiume che scende dalle montagne. A tratti konkon, il gufo, imita il vento dalla cima degli alberi e
pinyke, il pipistrello, sbatte le ali volando mentre divora gli insetti notturni.
Il branco di uomini teme i rumori del bosco. Si muovono inquieti e io sento il fetore penetrante
della paura che non li lascia riposare. Cerco di allontanarmi un po' da loro, ma la catena che ho al
collo, assicurata a un tronco, me lo impedisce.
Diamo qualcosa da mangiare al cane? domanda uno degli uomini.
No. Un cane caccia meglio quando  affamato risponde il capobranco.
Chiudo gli occhi, ho fame e sete, ma non mi importa. Non mi importa di essere solo il cane per
quel branco di uomini e da loro non mi aspetto altro che frustate. Non mi importa, perch dal buio mi
arriva il lieve aroma di quel che ho perduto.
Epu  Due
Sogno quel che ho perduto e i miei sogni mi riportano al giorno freddo in cui caddi nella neve.
Prima di cadere viaggiavo avvolto dal tepore di una borsa di lana e, ogni tanto, gli uomini di un altro
branco mi lanciavano un'occhiata e dicevano:  bello il cucciolo, diventer un gran cane.
I miei ricordi cominciano il giorno in cui caddi nella neve, anche se a volte mi arrivano brevi
immagini di un tempo ancora precedente in cui mi ritrovo accanto a un corpo tiepido e allora mi vedo
insieme ad altri cani piccoli come me, attaccati a sorgenti da cui sgorga un latte caldo e saporito.
Gli uomini di quel branco si spostavano fra le alte montagne varcando passi stretti e bui che
solo loro conoscevano. Montavano cavalli robusti e trasportavano cose dagli aromi piacevoli, mate,
farina, carne secca, aromi che io percepivo mischiati all'odore acido del sudore dei cavalli.
Caddi fuori dalla borsa mentre ci inerpicavamo su per una scarpata, nessun uomo del branco se
ne accorse e il vento freddo si port via i miei deboli latrati. Cercai di rincorrere i cavalli ma
sprofondavo nella neve e, sfinito, mi accovacciai sentendo svanire tutto il calore dal mio corpo. La
neve cominci a coprirmi. Scendeva con la stessa dolcezza del sonno che mi chiudeva gli occhi.
Il buio stava calando sulle montagne quando mi svegliai al tocco di una lingua tiepida e umida
che mi scivolava addosso dal muso alla coda. Nel frattempo un naso mi fiutava tutto e, dal fondo della
mia piccola memoria di ci che ancora non conoscevo bene, spunt un timore che mi fece rattrappire
ancora di pi. Pian piano per quella lingua tiepida che mi leccava scacci la paura e, passato il freddo,
lasciai che dei denti forti mi prendessero per la collottola senza farmi male. Cos sospeso venni
trasportato fino a una grotta e l il mio salvatore, nawel >, il giaguaro, condivise con me il calore del
suo grande corpo.
Passarono vari giorni. La luce si rifletteva sulla neve e io rimanevo accanto a nawel, il
giaguaro. Quando il buio copriva tutto quello che c'era fuori dalla grotta, nawel usciva e dopo un po'
rientrava con il corpo inerte di chinge, la moffetta, o di wemul, il cerbiatto, e mangiavamo insieme la
loro carne ancora calda.
Nawel, il giaguaro, misurava le mie forze spingendomi con le zampe o con la testa, io mi
sentivo sicuro sulle gambe e mi azzardavo addirittura a uscire dalla grotta, per scorrazzare su pire, la
neve bianca indurita.
Una notte senza ombre in cui kuyen, la luna, decise di condividere la sua luce con la neve,
nawel mi prese di nuovo per la collottola con i denti e ci mettemmo in viaggio scendendo dalle
montagne.
Quando vidi, spaventato, che ci allontanavamo sempre pi dalla tiepida grotta, abbaiai la mia
paura chiedendo di tornare. Allora nawel mi pos a terra e rugg. E io compresi.
La montagna non  posto per un pichitrewa, un cucciolo di cane. Starai meglio con i mapuche,
con la Gente della Terra rugg nawel, il giaguaro, e continuammo la nostra discesa dalle montagne.
Kla  Tre
All'alba gli uomini del branco sfogano la loro furia uno contro l'altro. Si danno la colpa a
vicenda perch il fuoco si  spento e il freddo passa attraverso i vestiti e penetra fino alle ossa. La luce
del giorno arriva avvolta da una nebbia densa che come sempre fa tacere i rumori del bosco.
Uno degli uomini taglia un pezzo di pane e me lo tira, ma prima che io possa prenderlo il
capobranco lo afferra e lo lancia lontano.
Ti ho detto che il cane deve essere affamato.
L'indio ormai sar lontano. Conosce il bosco e le montagne si giustifica quello che mi ha
buttato il pezzo di pane.
L'indio  ferito e non pu essersi allontanato troppo. E poi se io dico che l'indio si nasconde
nel bosco, vuol dire che  cos. Slega il cane ordina il capobranco.
Mi slegano dalla catena e io corro sulla riva del fiume, fiuto in giro, cerco l'odore del fuggiasco
tra gli aromi di muschio e licheni, tra le foglie di larici e faggi antartici e andini che marciscono perch
possano crescere le erbe e gli arbusti che rendono impenetrabile la boscaglia.
Il fuggiasco ha lasciato una traccia facile da seguire,  ferito, lo rivela qualche goccia di sangue
che macchia le foglie. Corro pi veloce, mi allontano dal branco di uomini che avanzano a fatica
evitando gli alberi cresciuti sulla riva del fiume, i tronchi caduti e le rocce.
Gli uomini del branco sono in attesa dei miei latrati, li devo avvertire che ho trovato le tracce
per poi condurli dal fuggiasco. Ma non faccio niente di quello che si aspettano. Mi accuccio per terra e
lecco le gocce d'acqua che scorrono sulle foglie delle felci. Cos calmo la sete e ignoro le grida del
branco di uomini che chiamano: Cane! Cane!
Il silenzio degli uccelli mi dice che sono vicino e allora corro via allontanandomi dalle tracce
del fuggiasco. La nebbia svanisce e tutto il bosco  una tenebra verde.
Dalla Gente della Terra, i mapuche, ho imparato che ci sono molte sfumature di verde, che il
verde della foglia di larice non  uguale a quello del filo d'erba, ma io non riesco a distinguere le
differenze perch sono un cane. Se alzo la testa, tra le chiome degli alberi vedo pezzi di un cielo grigio.
Guido gli uomini del branco verso la parte pi ampia del fiume. Poi abbaio pi volte per chiamarli e
con i miei latrati indico che il fuggiasco  passato sull'altra sponda.
Bravo, cane dice il capobranco e mi lancia un tozzo di pane che ingoio all'istante.
Sono affamato, la pancia vuota mi si attacca alle ossa, ma non lo guardo per implorare un altro
pezzo. Abbaio furioso verso la riva opposta, agito frenetico la coda, rizzo i peli del dorso senza
smettere di latrare.
L'indio  vicino, il cane l'ha fiutato dice il capobranco e mi ordina di stanare il fuggiasco.
Obbedisco, corro, entro nell'acqua, nuoto, attraverso il fiume e ricomincio a correre sulla riva
fra gli arbusti e i grossi tronchi, allontanandomi sempre pi dalle tracce. Il branco di uomini mi segue,
sento il loro respiro alterato, i passi goffi, guadano il fiume con l'acqua fino alla vita, carichi delle armi
per uccidere e di tutta la loro roba. Continuo a correre e coi miei latrati li sprono a seguirmi. Quando
non sento pi le loro voci e le loro continue imprecazioni abbaio con ancora pi forza. So che il
capobranco non dar il permesso di fermarsi a riposare, li obbligher a proseguire e nessuno rester
indietro perch temono il fuggiasco, il bosco, i rumori che arrivano dal folto degli alberi. La paura li
lega in un branco inseparabile.
Quando arrivo su un'ampia spiaggia di ciottoli fiuto l'aria, non riesco a distinguere la gamma di
verdi, l'ho gi spiegato, ma al mio naso arrivano gli aromi di tutto ci che cresce. Cos cerco l'odore
che voglio e non appena sento che mi arriva al naso abbaio per spronare gli uomini del branco.
Avanzo senza smettere di abbaiare finch non trovo quello che cresce senza dare n semi n
frutti. Koliwe lo chiama la Gente della Terra, e bamb quelli che non appartengono alla Gente della
Terra.
Avanzo nel canneto allontanandomi dalla riva, quasi strisciando per evitare i rami bassi, sottili
ed elastici, le foglie dure che potrebbero ferirmi gli occhi. So che la marcia del branco di uomini 
diventata molto difficile perch il koliwe cresce fitto, i fusti non lasciano quasi spazio per passare, e il
carico che trasportano  una zavorra che li stordisce dalla fatica. Quando mi arrivano flebili alle
orecchie i loro richiami: Cane! Cane!, abbaio con ancora pi impeto e furia, come se avessi la preda a
portata di denti.
Mi accuccio e aspetto. So che i miei latrati li spronano e che ogni difficolt accresce il loro odio
nei confronti del fuggiasco. Cos aspetto finch non li sento vicini e poi, muovendomi guardingo, passo
a poca distanza da loro facendo la strada al contrario e torno indietro fin sulla riva del fiume.
Cane! Cane! gridano gli uomini del branco senza sapere da che parte andare tra i fusti fitti del
koliwe.
Meli  Quattro
Sul fiume, dopo aver bevuto l'acqua fresca che scorre fra le pietre coperte di muschio, cerco da
mangiare, perch ho bisogno di mangiare, di recuperare le forze.
Non mi costa nessuna fatica catturare tunduku, il topo di montagna, lo sgozzo con un morso,
ma prima di mangiarlo ricordo ci che ho imparato dalla Gente della Terra e latro dolcemente: Come
che, l'uomo, chiede perdono ad aliwen, l'albero, prima di tagliarlo e a ufisa, la pecora, prima di
toglierle la lana, io ti chiedo perdono, tunduku, se sazier la mia fame col tuo corpo.
Mangio in fretta, ma non pi del necessario, e il corpo caldo di tunduku mi cede il suo tepore e
la sua energia. Gli avanzi saranno un banchetto per amku, il falco, e prima o poi, mentre lui star
volando nell'ampio cielo, un altro tunduku si nutrir delle sue uova.
Quando riprendo a cercare le tracce del fuggiasco, un rumore scuote il bosco.  tralkan, il
tuono che annuncia il temporale. So che sar difficile trovare le tracce mentre cade la pioggia perch
mapu, la terra, apre tutti i suoi pori piena di gratitudine e non si avverte altro che l'odore della sua
contentezza.
Cerco rifugio sotto un grosso tronco e l mi accuccio. Allora penso al motivo per cui l'odore del
fuggiasco mi ricorda tutto quel che ho perduto. E pensando con dolore a quel che ho perduto mi
addormento mentre la pioggia cade incessante. Allora sogno.
Sogno di essere vicino a un fuoco che mi sprofonda in una placida sonnolenza. Vicino al fuoco
ci sono altre persone, uomini, donne, bambini, che ascoltano qualcuno che parla e intanto mangiano i
frutti del pewen, l'altissima araucaria. Parlano di me.
Dicono: Raccontano gli anziani che un giorno nawel, un giaguaro forte e agile, scese dalla
cordigliera di Nawelfta, la sua casa, perch non a caso nella nostra lingua Nawelfta significa
giaguaro grande'.
Accadde in una mattina molto fredda e velata da una nebbia cos fitta che impediva di vedere i
rami degli alberi, le cime delle montagne coperte di neve, e lasciava intuire a stento il sentiero che
portava alle ruka, le case mapuche costruite sulle rive del grande lago. Raccontano gli anziani che i
cani non abbaiavano nonostante la presenza del giaguaro, anche se temendo per le pecore loro li
aizzavano gridando trewa!, trewa!, e cio cane!, cane! In quella mattina di nebbia, per, malgrado le
grida, i nobili cani che non temono nawel, il giaguaro, rimasero buoni, a testa bassa, e il grande felino
della cordigliera si avvicin alla prima ruka e, davanti alla porta orientata verso la puelmapu, la terra
dell'Est, deposit dolcemente il carico che teneva tra le fauci. Poi nawel, il giaguaro, rugg e scomparve
nella nebbia.
 cos che andarono le cose dice un altro di quelli che parlano nel mio sogno. In quella ruka
viveva Wenchulaf, un anziano che, fedele al significato del suo nome  uomo felice , si occupava di
intrattenere i bambini nell'ayekantun, l'appuntamento quotidiano per ascoltare storie e canti gioiosi
tramandati da altri tempi che non dovevano essere dimenticati, perch in quelle storie e in quei canti
passati di padre in figlio palpitava l'orgoglio di essere mapuche, Gente della Terra.
Allarmato dalle grida Wenchulaf usc dalla ruka, si chin, prese tra le braccia il corpicino scuro,
gli fece una carezza e annunci che era un pichitrewa, un cucciolo di cane.
Tutta la comunit circond Wenchulaf e lo strano regalo lasciato da nawel, il giaguaro. Certi
dicevano che quella mattina, bench non soffiasse vento di tempesta, dalle alte montagne era sceso
kallftray, il rumore del cielo, altri invece sostenevano che il cucciolo era un regalo di Wenupang, il
leone del cielo.
Wenchulaf li invit a tacere. L'importante disse  che il cucciolo ha freddo e fame, e come
tutto ci che ci d Ngnemapu, lo spirito della terra,  per il nostro bene, quindi io lo accolgo con
gratitudine.
Nel mio sogno sento il calore delle braccia di Wenchulaf e alla memoria del mio naso arrivano
gli odori della ruka: fumo di legna secca, lana, miele e farina.
Nel mio sogno e nella semioscurit della ruka vedo Kinturray, colei che ha un fiore. Sta
allattando un cucciolo d'uomo e, quando mi vede, versa un po' del suo latte generoso in una ciotola e
mi chiama.
Mentre lecco quel latte, qualcuno dice: Hai un bel cane, Wenchulaf, speriamo che diventi un
nobile pastore per le tue pecore. E il vecchio mapuche risponde: Non  il mio cane, sar il compagno
di mio nipote Aukama, condor libero. Non sapremo mai dove l'ha trovato nawel, il giaguaro, n che
cosa sia successo a sua madre, ma sappiamo che questo cucciolo  sopravvissuto alla fame e al freddo
della montagna. Questo cucciolo ha dimostrato lealt a monwen, la vita, non ha ceduto al comodo
invito di lakonn, la morte, perci si chiamer Aufman, che nella nostra lingua significa leale e fedele.
Kechu  Cinque
La pioggia continua a cadere senza posa e nel mio rifugio io aspetto che smetta. Mi piace la
pioggia che rinnova sempre le cose. A volte, quando vivevo con tutto quel che ho perduto, Aukama
mi abbracciava forte mentre il temporale rimbombava nella notte.
Quel cucciolo d'uomo si sentiva al sicuro accanto a me e io ringraziavo la pioggia per la fiducia
di pei, mio fratello.
Mi piaceva il cucciolo d'uomo. Mi piaceva soprattutto vederlo reggersi in piedi e fare i primi
passi per la gioia di Kinturray e del vecchio Wenchulaf. Ma quello che pi mi piaceva era essere gi
all'erta quando alka, il gallo, cantava svegliando ant, il sole, perch subito gli umani lasciavano i
loro letti di pelli di pecora e la voce di Kinturray diceva mari mari chaw  buongiorno, padre 
salutando Wenchulaf, e la voce sempre gentile del vecchio rispondeva mari mari awe  buongiorno,
figlia mia  e aggiungeva mari mari kompu che  buongiorno a tutti  e poi ridevano, perch quel
saluto comprendeva sia Aukama che me.
Mentre l'acqua e il latte si riscaldavano, Kinturray gettava due pugni di grano in un recipiente
di ferro e lo muoveva sul fuoco per tostare i chicchi che diffondevano il primo aroma della giornata.
Dopo macinava a mano i chicchi tostati, versava la farina in una ciotola, aggiungeva miele e latte e
divideva quella pappa fragrante in due porzioni che Aukama e io divoravamo fino a saziarci.
Crescemmo insieme nelle brevi estati e nei lunghi inverni australi. Insieme imparammo dal
vecchio Wenchulaf che la vita va accolta con gratitudine. Cos, per esempio, il piccolo Aukama e io lo
guardavamo con rispetto quando prendeva una pagnotta e, prima di tagliare le fette per Kinturray e per
s, ringraziava il Ngnemapu per quel kofke, cibo offerto dalla terra.
Durante l'estate uscivamo con il vecchio per rallegrare i ruscelli e le cascate, per rallegrare il
bosco e i suoi sentieri, i pesci e gli uccelli, per rallegrare tutto quello che vive nominandolo con
gratitudine, perch i mapuche, la Gente della Terra, sanno che la natura si rallegra per la loro presenza,
e l'unica cosa che chiede  che i suoi portenti vengano nominati con belle parole, con amore.
D'inverno sentivamo cadere la pioggia e la grandine. Sentivamo anche scendere sommessa la
neve, felici dentro il tepore della ruka con il fuoco sempre acceso. E nei giorni di nebbia fitta
Wenchulaf ci diceva che la nebbia era un beato mantello che copriva mapu, la terra, mentre questa
preparava i regali che ci avrebbe offerto non appena il freddo si fosse ritirato nella sua dimora sulle alte
montagne.
Aukama e io crescemmo ascoltando il vecchio Wenchulaf. Ci diceva che in ottobre, il
longkon kachilla kyen, il mese delle spighe, quando il sole ormai riscalda e il Ngnemapu ordina ai
rami dei walle, le alte querce, di riempirsi di diwee, i dolci funghi che tanto ci piacevano, lui avrebbe
insegnato al cucciolo d'uomo a lanciare un pezzo di luma, il legno durissimo che colpisce gli alti rami
senza danneggiarli e fa cadere i diwee come una pioggia di miele. Ma dovremo stare attenti che
Aufman non se li mangi tutti spiegava il sempre sorridente Wenchulaf mentre cardava lana di pecora
e, al suo fianco, Kinturray la filava sulla rocca.
Aukama, il cucciolo d'uomo, era curioso e non smetteva mai di fare domande al padre di sua
madre. E i pinoli, chedki? chiedeva. Mi insegni a tirar gi anche i pinoli?
Wenchulaf aveva sempre una risposta pronta e spiegava che per godersi i pinoli bisogna
aspettare che ant, il sole, si stanchi di brillare forte nel cielo e che il Ngnemapu gli ordini di riposarsi.
Accadr in marzo, nel nglliw kyen, il mese dei pinoli, quando le alte araucarie offrono
generosamente in regalo i loro frutti saporiti, per bisogna avere pazienza, pichiche, diceva
Wenchulaf. Ti ho mai raccontato che al principio della vita le araucarie davano frutti tutto l'anno? >Ma
erano frutti senza sapore e secchi. Allora il Ngnemapu parl con le araucarie e le esort a essere
pazienti, molto pazienti, e cos adesso le alte araucarie danno frutti soltanto quando raggiungono l'et
di un uomo vecchio. Tu, Aufman e io faremo un viaggio nelle terre dei nostri pei, i nostri fratelli
pewenche, la Gente del Pewen, che  il nome dato dal Ngnemapu all'araucaria, e loro ci
racconteranno altre storie del grande albero, dei suoi frutti e delle terre ai piedi della cordigliera.
Fuori dal calduccio accogliente della ruka cadeva la pioggia buona del sud del mondo, si gelava
coprendo il terreno con uno specchio di brina, o la neve copriva tutto con un mantello che invitava a
restarsene l ad ascoltare il vecchio accanto al fuoco.
Kayu  Sei
Ha smesso di piovere e il bosco ritrova tutti i suoi odori. Sto per rimettermi sulle tracce del
fuggiasco, quando sento delle voci che mi allarmano. Il branco di uomini  uscito dal canneto di koliwe
e sta arrivando. Li vedo attraversare il fiume ingrossato dalla pioggia.
Bagnati fradici e coperti di graffi, maledicono la loro sfortuna. Sembrano infuriati ed esausti. Su
tutte le voci si impone il capobranco che li chiama vigliacchi e ripete che quello che stanno inseguendo
 soltanto un indio e per di pi ferito.
Io contavo sul fatto che si attardassero nel canneto faticando a trovare un'uscita. Mi conforta
sapere che la pioggia ha cancellato le impronte del fuggiasco, cos non potranno scoprirle, ed entro nel
bosco con un lungo giro per non farmi vedere e per avvicinarmi a quelli che si dicono i miei padroni
quando si sono ormai sistemati per la notte.
Vado da loro a testa bassa e con la coda fra le gambe. Mi avvicino sottomesso al capobranco e
sopporto le frustate che mi riserva come castigo.
Maledetto cane! esclama mentre mi frusta e subito dopo mi lega la catena al collo.
Non lo picchiare pi, il cane ci ha guidato bene e non  colpa sua se l'indio si muove meglio di
noi dice uno degli uomini del branco.
Non ti impicciare! Lo so io come si tratta il cane grida il capobranco, poi mi tira un calcio e
solo allora mi lascia in pace.
Mi allontano quanto mi  permesso dalla catena, mi accuccio e da laggi li vedo tutti intirizziti,
tremano di freddo, certi dicono di avere la febbre e fame, tanta fame. Tentano invano di accendere un
fuoco, perch la pioggia non ha lasciato neanche un legnetto asciutto.
Si accusano a vicenda per l'avanzata lenta, maledicono il tempo, la pioggia, il canneto, il bosco,
il cielo, e lo maledicono al punto che il Ngnemapu si offende e fa ruggire tralkan, il tuono, per poi
scatenare un nuovo temporale.
Gli uomini del branco si radunano sotto gli alberi, si coprono con mantelli di tela cerata e
cercano di scaldarsi tenendosi vicini. Solo il capobranco monta la guardia stringendo la sua arma per
uccidere e guardando nel folto del bosco senza vedere altro che ombre indecifrabili.
Io fiuto la disperazione del branco. Fiuto la paura, la fame, lo schifo che provano divorando
pezzi di pane bagnato che gli si disfa in mano.
Accucciato, accolgo la pioggia e mi riprendo dai colpi. Ben presto scende la notte. Sento dolore,
 vero, ma non sono triste, e me lo dice kdemall, la lucciola, che malgrado la pioggia emana la sua
minuscola luce verde.
Gli uomini del branco non la vedono, ma lei mi si posa sulla punta del naso decisa a passarmi il
suo piccolo calore.
Kdemall vuole che la guardi fisso per ricordarmi che le tracce del fuggiasco odorano di legna
secca, di farina, di miele, di tutto quel che ho perduto.
Chiudo gli occhi e il suo splendore verde mi resta sotto le palpebre, le riempie di una luce
intensa, e in quella luce mi vedo insieme a Aukama e a Wenchulaf. Ci sono anche altri cuccioli
d'uomo, tutti Gente della Terra, felici di assistere all'ayekantun, l'incontro per imparare con gioia,
perch il vecchio mapuche parla del principio di tutte le cose.
Aukama ha nove anni e io forse ho la stessa et. Il bambino mi accarezza la testa mentre
ascolta chedki, il padre di sua madre, che facendo risuonare il kultrun, il piccolo tamburo rotondo dei
canti, delle preghiere e delle narrazioni importanti, parla del terribile duello combattuto da due serpenti,
Trengtreng Filu e Kaykay Filu, per decidere chi di loro meritava di regnare su tutte le cose. La lotta fu
lunga e ardua, tanto che alla fine, stanchi, decisero che Trengtreng Filu avrebbe regnato sui mari e
Kaykay Filu sulla terraferma, sui monti e sui vulcani. Ecco cosa sta narrando Wenchulaf ai bambini
mapuche, quando viene interrotto da voci di allarme che arrivano dalle ruka.
Un veicolo si avvicina, si ferma, un branco di uomini salta gi. Sono wingka, estranei, non sono
Gente della Terra, e hanno armi per uccidere.
Il capobranco si rivolge a Wenchulaf e gli chiede se lui  il longko, colui che pi sa, colui che
insegna e consiglia, colui che guida la Gente della Terra.
Wenchulaf ordina ai bambini di mettersi alle sue spalle e nella lingua dei wingka risponde di s,
che lui  Wenchulaf il longko e che nelle sue vene scorre il sangue del grande Kallfukura.
I wingka fanno smorfie di disprezzo. Non sanno nulla della Gente della Terra. Nessuno di loro
parla mapudungun. Non hanno mai sentito il nome di Kallfukura  pietra azzurra , il grande longko la
cui semplice menzione ha fatto tremare di paura migliaia di wingka su tutti e due i versanti delle grandi
montagne, su tutte e due le rive dei due grandi oceani.
Il capobranco dei wingka gli mostra un foglio di carta e dice che quel foglio di carta ordina alla
Gente della Terra di lasciare il villaggio, le loro case, le loro terre, i loro boschi, i loro fiumi, i loro
laghi, le loro valli, i loro frutti, la loro farina, il loro latte e il loro miele.
Wenchulaf risponde che la terra su cui camminano e tutto quello che vedono  del Ngnemapu
e che la Gente della Terra non se ne andr, e poi aggiunge: Un tempo, molto tempo fa, vennero dei
wingka da nord, dalla pikunmapu, la terra della sventura, ma noi combattemmo, vincemmo e li
cacciammo via. Poi vennero wingka da ovest, dalla lafkenmapu, la terra degli spiriti del male, furono
loro a portare la tua lingua wingka e i tuoi di, ma noi combattemmo, vincemmo e li obbligammo ad
accettare la pace. Vattene e di' al tuo longko che la Gente della Terra non se ne andr. Ecco cosa
dice Wenchulaf con una voce che non gli avevamo mai sentito, molto diversa dalla voce dolce e
tranquilla delle sue narrazioni e dei suoi canti.
E queste sono le ultime parole dell'anziano che Aukama, i bambini mapuche e io abbiamo
modo di ascoltare, perch il capobranco dei wingka alza la sua arma per uccidere e il sangue sgorga a
fiotti dal petto di Wenchulaf che raggiunge la wallmapu, la patria della Gente della Terra.
La luce verde di kdemall, la lucciola, bagna i miei occhi chiusi, ma vedo ancora il wingka
che mi prende per il collo, vedo anche Aukama che abbraccia il nonno caduto e si rialza per
difendermi, ma il wingka  forte e lo fa ruzzolare per terra con un colpo in faccia.
 un cane di razza,  un pastore tedesco. Dove diavolo l'avranno rubato gli indios?  dice il
wingka .
Questo accadde il giorno in cui persi tutto, dico dal fondo dei miei occhi a kdemall, la
lucciola, e la sua luce verde mi dice che non sono stato solo io a perdere tutto quel giorno.
Vedo la Gente della Terra, fra cui Aukama e Kinturray, che si allontanano affranti dal
villaggio in fiamme, sorvegliati da wingka che imbracciano armi per uccidere, e vedo grandi bestie di
metallo radere al suolo il bosco, abbattendo lemu e tutta la sua grandezza. Cadono le querce generose
di diwee e i robusti lecci, le araucarie e il sacro foike, il sempre verde cinnamomo. Tutto cade.
Aufman! Aufman!  grida Aukama, e la sua voce  l'ultima cosa che perdo.
Sotto le mie palpebre la luce verde di kdemall, la lucciola, mi dice: Hai molti anni nel tuo
corpo maltrattato, quasi il doppio di quelli che avevi quando i wingka ti hanno separato da Aukama,
ma il Ngnemapu ha deciso di farti vivere per poterlo ritrovare e aiutare.
Reqle  Sette
Il giorno in cui i wingka mi tolsero tutto ci che era la mia gioia cominciarono gli anni del
dolore e delle botte.
Mi trascinarono in un territorio triste, non c'erano aromi gentili, non c'erano boschi, ma alberi
dall'ombra incerta che loro chiamano pini. Nessun uccello faceva il nido sui rami, nessun animale si
muoveva ai piedi dei tronchi e perfino piru, il verme, evitava di spuntare tra le foglie oleose che
coprivano il terreno.
I wingka sono esseri dalle strane usanze, non provano gratitudine verso tutto ci che esiste.
Quando tagliano il pane lo fanno senza rispetto, senza ringraziare il Ngnemapu per questo cibo, e
quando le loro bestie di metallo abbattono il vecchio bosco di sempre non sentono il dolore di lemu, n
gli chiedono perdono per quello che fanno.
Per loro, fin dal momento in cui mi portarono via dal villaggio mapuche, io dovevo essere un
cane speciale, e non ho mai capito perch mi considerassero diverso dagli altri cani.  vero che sono
grosso e veloce, ma la mia carne soffre come quella degli altri sotto le frustate e umilia anche me la
gabbia in cui mi rinchiudono e ferisce anche me la catena che mi legano al collo.
Provarono a darmi nomi strani come Capitn o Boby, ma io non obbedivo mai a quei nomi,
perci cominciarono a chiamarmi semplicemente cane. Il mio unico nome  Aufman perch cos mi
chiamava la Gente della Terra.
In seguito vollero che combattessi con altri cani mentre loro si godevano lo spettacolo bevendo
un'acqua torbida che li rende goffi e brutali. Affrontai gli altri cani prigionieri ma senza attaccarli.
Ricordavo i movimenti lenti, guardinghi di nawel, il giaguaro, e li ripetevo guardando negli occhi
l'avversario e mostrando i canini. I miei tristi compagni di prigionia abbassavano la testa e si
allontanavano con la coda fra le gambe. Allora i wingka ci frustavano, gli altri perch considerati
vigliacchi e me perch li avevo spaventati.
Passai molte brevi estati e lunghi inverni nella gabbia o legato a quelle bestie di metallo che
radevano al suolo i boschi, senza altro compito che abbaiare nel caso fossero arrivati uomini estranei al
branco, finch un giorno accadde un fatto che rese pi sopportabile la mia prigionia.
Un wingka del branco s'impadron di qualcosa, non so che cosa fosse ma per loro
evidentemente era molto importante, e fugg nella piantagione di pini. Il capobranco ordin: Portate il
cane!  e poi mi sfreg sul naso la coperta del fuggiasco. Sapeva di sudore rancido, di paura, dell'acqua
torbida che bevono i wingka, e non mi fu difficile trovare le tracce. Dopo qualche giro li condussi da
lui, ci riuscii alla svelta ma scoprii che quella poca libert mi aveva restituito elasticit ai muscoli,
acutezza alla vista e all'udito, mentre man mano che mi allontanavo dalla piantagione di pini tornavano
al mio naso gli odori noti.
A partire da quell'episodio, dalla cattura dell'uomo, il capobranco decise che ero il suo cane e
non tornai pi in gabbia n venni pi incatenato alle bestie di metallo.
Dovevo stare sempre accanto a lui. Gridava: Cane, seduto!  e io mi sedevo. Diceva: Cane,
attacca!  e io mostravo le zanne. A volte il capobranco e altri wingka uscivano dalle piantagioni di
pini e si addentravano nel vecchio bosco. Portavano le armi per uccidere, sparavano e io dovevo correre
in cerca della preda abbattuta. Davanti a corpi feriti latravo: Ti chiedo perdono yarken, civetta, ti
chiedo perdono wilki, tordo, ti chiedo perdono sillo, pernice, ti chiedo perdono maykoo, tortora, per la
condotta dei wingka che ammazzano tutto ci che vola e gli spezzavo il collo con le zanne per evitare
una dolorosa agonia.
Ero il cane. Il cane del capobranco dei wingka, quelli che non sono Gente della Terra.Il cane
capace di fiutare le tracce e di riportare le prede durante le loro battute di caccia. Il cane che si nutriva
di avanzi e si sentiva entrare gli inverni nelle ossa, la stanchezza di una vita che deve durare quanto
decide il Ngnemapu.
Mi sentivo vecchio e stanco anche l'altro giorno, quando il capobranco ha detto che bisognava
dare la caccia a un indio.
Perch? Cosa ci ha fatto questo indio?  ha chiesto un uomo.
Perch  un indio furbo, di quelli che sanno leggere e scrivere.  molto giovane, per sta
sobillando i mapuche, li incoraggia a recuperare le loro terre ha risposto il capobranco.
Ma per questo c' la polizia. Noi abbiamo gi fatto la nostra parte quando li abbiamo cacciati
dalle loro case, ora il nostro lavoro  badare alle piantagioni di legname ha aggiunto un altro uomo del
branco.
Ascoltami bene. Quell'indio, che adesso chiamano longko Aukama, ci ha visto uccidere il
longko Wenchulaf.  un testimone, e se un giorno qualcuno si mette a indagare su cosa  successo ci
pu accusare e far finire in carcere. Ecco perch deve morire ha detto il capobranco.
Io ho afferrato il nome di Aukama e ho sentito che il sangue mi scorreva veloce nelle vene,
che le ossa riacquistavano solidit, che i miei passi potevano portarmi dal giovane che era stato il mio
pei, mio fratello, quando non eravamo altro che un pichiche e un pichitrewa, un cucciolo d'uomo e
un cucciolo di cane.
Al mattino il branco di wingka ha caricato le armi per uccidere, vettovaglie, l'acqua torbida
che li rende brutali e vari attrezzi su un camioncino. Io ho viaggiato con il corpo tutto rattrappito in una
gabbia, ma non mi importava.
Dopo un lungo tragitto su strade accidentate il veicolo si  fermato sulle pendici di un monte.
Tutto mandava gli odori di un tempo, il bosco, la vegetazione, era una festa di profumi, e sentivo anche
l'aroma piacevole della legna secca che brucia. L accanto scorreva un fiume e vicino c'era un villaggio
della Gente della Terra. Le ruka erano allineate, con le porte principali orientate verso la puelmapu, la
terra dell'Est da dove ogni giorno si alza ant, il vecchio sole.
Il branco di wingka ha cominciato a scendere guardingo la montagna. Il capobranco teneva
stretta la catena che avevo legata al collo, la tirava per ricordarmi il potere della sua crudelt. Allora
l'ho visto.
Circondato da un piccolo gruppo di uomini e donne mapuche, di Gente della Terra, c'era il
ragazzo con il maku, il poncho nero e rosso, i colori della nobilt e del coraggio, tessuto forse, cos
ho voluto pensare, dalle mani di sua madre Kinturray. In testa aveva una fascia degli stessi colori e si
muoveva con i gesti di suo nonno Wenchulaf.
Aukama era ormai un che, un giovane uomo, e io un trewa, un cane con tanto tempo in
corpo.
Il capobranco dei wingka ha passato a un altro uomo la catena a cui ero legato e ha alzato la
sua arma per uccidere.
Allora io mi sono messo ad abbaiare con tutte le mie forze e la pallottola ha colpito Aukama a
una gamba. L'ho visto cadere e rialzarsi. Zoppicando ha raggiunto il bosco vicino. Lemu >lo ha
accolto nella sua oscurit verde e non lo abbiamo pi visto.
C'era sangue per terra. Odore di legna secca che brucia nella mia memoria, di pane, di farina, di
latte e miele.
 cominciata cos questa caccia, e adesso che il sole tramonta sono qua, vicinissimo alla riva del
fiume, insieme al branco di wingka, ad aspettare con le orecchie ritte.
Pura  Otto
Spunta l'alba e continua a piovere. Non so se ho dormito e ho sognato tutto ci che kdemall,
la lucciola, mi ha fatto vedere, oppure se ho sognato di dormire. Mi sento forte e dimentico la fame,
perch prima di aprire gli occhi vedo la tenue luce verde di mia sorella la lucciola che brilla ancora
sotto le mie palpebre.
Il capobranco dei wingka >ordina di continuare la caccia, di controllare le armi per uccidere, di
portarsi dietro stavolta solo lo stretto necessario per un'avanzata rapida, e poi distribuisce bottiglie di
quell'acqua torbida che li rende crudeli.
Nel canneto non torniamo brontola un uomo del branco.
Lo circonderemo. L'indio ha attraversato il canneto, lo sappiamo, e adesso pu solo essere nel
bosco ad alta quota. Pi sale, meno alberi ci sono, quindi lo vedremo dice il capobranco.
Il capobranco ha ragione a met. Non sa che Aukama, il fuggiasco, non ha attraversato il
canneto di koliwe, le tracce dicono che l'ha evitato ed  salito verso il bosco. Ma  vero che lass il
bosco non  fitto e che si entra nel regno del gigantesco pewen, l'altissima araucaria, dove cominciano
le rocce, i ghiacciai, la casa azzurra di amku, il falco, di klikli, il gheppio, di make, il condor, di
Wenupang, il leone del cielo.
Ancora una volta attraverso il fiume, nuoto, raggiungo l'altra sponda e corro verso la spiaggia
di ciottoli e il canneto. Non corro veloce, risparmio le forze perch so di avere davanti un lungo
cammino. Raggiungo il canneto, aspetto di sentire da vicino i passi del branco di wingka, fingo di
cercare le tracce fiutando per terra, abbaio e mi spingo tra i fusti fitti del koliwe . L mi nascondo e
aspetto.
Poco dopo sento le loro voci, le imprecazioni, i lamenti.
Il cane ha trovato le tracce. Avanti, superiamo il canneto ordina il capobranco e li vedo
passare seguendo il corso del fiume.
So che cammineranno molto per raggiungere il limitare del canneto. Il koliwe costeggia la riva
umida e anche se non si estende quanto il bosco infinito sulla terra piana, il branco di wingka dovr
sostenere una marcia faticosa per trovare un passaggio verso il bosco e l'inizio delle montagne.
Senza muovermi, aspetto che si siano allontanati e poi torno sulla riva del fiume nel punto in cui
ho visto le orme di Aukama, il fuggiasco.
Non ci sono pi tracce di sangue, sia perch la pioggia le ha cancellate sia perch kollalla, la
formica, ha trasportato le goccioline di sangue secco nel labirinto del formicaio. Pu darsi che la ferita
non sanguini pi e il pensiero mi conforta perch anche se Aukama e io abbiamo la stessa et, lui 
giovane, forte, e il suo corpo si pu riprendere velocemente.
Nel bosco regna una semioscurit e tralkan, il tuono, fa sentire pi volte il suo ruggito
annunciando che il temporale sar lungo. Anche questo mi fa piacere, malgrado sia pi difficile trovare
le tracce di Aukama, perch rende pi dura e faticosa la marcia del branco di wingka .
Avanzo cos fra pelli, la quercia dal legno rosso, nguef, il nocciolo dalle foglie fragranti,
rewli, il faggio dalla corteccia dura come la pietra, foike, il sacro albero del cinnamomo che  sempre
verde. In mezzo al rumore della pioggia mi arriva dall'alto solo il canto di trikawe, il pappagallo.
La mia pancia reclama per la fame ma ignoro la sua protesta. Ogni tanto bevo l'acqua fresca che
cade dalle enormi foglie di gunnera e proseguo col naso quasi attaccato a terra. All'improvviso fiuto il
confortante odore della lana e cercando fra i rami bassi di raral, il noce selvatico che cresce all'ombra
degli alberi alti, vedo una fibra di lana nera.
Quella piccola fibra di lana sa di legna secca, di farina, di latte e miele, di tutto quel che ho
perduto. Allora, seduto sulle zampe posteriori, ululo con tutte le mie forze, ululo perch Aukama
sappia che sono vicino e che sto andando da lui. Ululo perch la voce del dolore non si dimentica mai.
Aylla  Nove
Aukama si ripara dalla pioggia sotto un albero caduto. Per proteggersi ha usato anche delle
foglie di gunnera, ma l'acqua si infiltra comunque e lo bagna.
Mi avvicino lentamente perch non veda in me una minaccia, perch non pensi che sono
mandato dai wingka, perch mi riconosca.
Allarmato, il ragazzo si mette in ginocchio e nella mano gli brilla un pugnale. Non manda odore
di paura, conosco quell'odore ripugnante, cos mi avvicino finch non abbassa la mano armata, e allora
mi accuccio al suo fianco.
Aufman! esclama Aukama abbracciandomi. Per tutta risposta gli lecco il volto e sento il
sapore salato delle lacrime.
Mi stringe fra le braccia e nella lontana lingua della Gente della Terra mi dice che non mi ha
mai dimenticato, che ha sempre saputo che un giorno sarei tornato da lui.
 il mio pei, mio fratello. Sono il suo pei, suo fratello. Aukama mi tocca il ventre, palpa la
mia fame, da una borsa di lana tessuta nei colori del coraggio e della nobilt tira fuori della farina
tostata, fa una pappa con l'acqua pura della pioggia e con le mani a conca mi d da mangiare. Prima di
saziare la fame ringrazio il Ngnemapu per quel cibo che un tempo  stato spiga, poi grano che delle
mani hanno tostato e macinato.
Aukama non smette di abbracciarmi e mi dice che dobbiamo andarcene da l prima che spiova.
Parla di noi, di lui e di me uniti come un tempo e stavolta per sempre. Solo adesso vedo il sangue secco
sulla sua gamba destra.
Si  strappato i pantaloni e ha applicato sulla ferita un impacco di muschio.
Non  una ferita grave, Aufman. Il tuo latrato ha fatto sbagliare la mira al wingka  spiega
mentre accenna ad alzarsi.
L'odore della ferita mi dice che presto sar attaccata da pllame, il moscone azzurro che
depone le larve nelle ferite di uomini e animali. Quando quel moscone attacca vengono la febbre e
l'infezione. So che devo fare qualcosa e gli metto tutte e due le zampe anteriori sul petto e spingo per
evitare che si alzi.
Aufman, che fai? Dobbiamo andarcene prima che passi il temporale dice sorpreso, ma io non
smetto di spingere con le zampe perch rimanga dov'.
Aukama mi guarda negli occhi. C' fiducia nel suo sguardo, sa che non lo abbandoner e che
nella mia testa di cane c' un'idea che posso spiegare solo coi miei gesti e movimenti canini, perch al
principio dei tempi il Ngnemapu ha disposto che gli animali e gli uomini non si capissero parlando ma
attraverso i sentimenti espressi dal modo di guardare. Chi non coglie la tristezza negli occhi di kawell,
il cavallo, che dopo essere stato domato sente ancora sotto gli zoccoli la libert perduta? Chi non
percepisce la pena nello sguardo di mansur, il bue legato al giogo e allontanato dalla prateria? Chi non
avverte la propria piccolezza contemplando le pupille di make, il condor, sovrano del cielo pi alto?
Mantengo lo sguardo fisso negli occhi spalancati del mio pei, mio fratello, che brillano come
due luci nere sotto la fascia tessuta nei colori del coraggio e della nobilt, l'ornamento del longko, di
colui che pi sa, di colui che insegna e consiglia.
Va bene, Aufman. Resto qui dice Aukama e allora io torno al fiume, l dove il branco di
wingka ha lasciato le cose che non poteva portare con s.
Continua a piovere e mi fa piacere. Che tralkan, il tuono, suoni il suo terribile tamburo,
perch il temporale non spaventa chi  cresciuto con la Gente della Terra.
Mari  Dieci
Il branco di wingka ha lasciato sulla riva varie sacche coperte coi mantelli di tela cerata che
usano per proteggersi dalla pioggia. Le mie zampe e le mie zanne squarciano, trovo bottiglie di
quell'acqua torbida che li rende brutali, pane bagnato, munizioni delle armi per uccidere. Continuo a
squarciare, a rompere le sacche finch non trovo la scatola con il disegno di una linea verticale
attraversata da un'altra orizzontale.
La prendo fra i denti, non pesa troppo e posso trasportarla senza grandi sforzi, ma prima di
tornare nel posto dove Aukama mi aspetta, rompo tutte le sacche.
So che la pioggia roviner l'attrezzatura del branco di wingka, che questo provocher in loro
un'ira enorme, li indurr a odiarsi a vicenda, e per rendere ancora pi grave il danno spingo nel fiume
una dopo l'altra le bottiglie di quell'acqua torbida che li rende brutali. Senza quell'acqua torbida e
senza attrezzature dovranno andarsene e io guider Aukama nel paese dei pewenche che cureranno la
sua ferita.
A questo penso, l'euforia con cui squarcio tutto mi distrae e quando le mie orecchie captano la
presenza dei wingka  troppo tardi.
Maledetto cane! grida uno di loro.
Sono in due, nessuno li segue. Uno si appoggia alla sua arma per uccidere perch si  fatto male
a un piede e si regge a stento. L'altro alza la sua arma per uccidere e io gli salto addosso.
Lo sparo fa un rumore potente come il ruggito di tralkan, il tuono, io sento un colpo atroce al
petto, che per non ferma il mio balzo e le mie due zampe anteriori si scontrano con il wingka, lui cade
nel fiume, perde la sua arma per uccidere e scappa via lungo la riva. Poi viene il dolore che mi fa
crollare a terra e il sangue che mi sgorga dal petto si unisce all'acqua che bagna i ciottoli.
Anche l'altro wingka  fuggito. Lo vedo allontanarsi zoppicando, aiutandosi con la sua arma per
uccidere che sprofonda nel fango.
Allora, da un punto che le mie orecchie non riescono a individuare, arriva una voce che mi
ordina di lasciar perdere i wingka, di alzarmi, di prendere fra i denti la scatola con sopra una linea
verticale attraversata da un'altra orizzontale e di andare al rifugio di Aukama.
Forse  la voce di lemu, il bosco protettore. Forse  la voce del Ngnemapu che mi ricorda che
mi chiamo Aufman  leale e fedele  e che devo essere degno del nome che mi ha dato la Gente della
Terra.
Quando attraverso il fiume, l'acqua fredda rende meno dolorosa la ferita ma, arrivato sull'altra
sponda, dal mio petto continua a cadere goccia a goccia il tempo di vita che mi resta.
Corro fra gli alberi che sembrano aprire un sentiero apposta per me. Il Ngnemapu ordina a
ape, la morbida felce, di ripulirmi la ferita al petto mentre passo, a wemul, il cerbiatto, di
incoraggiarmi col suo dolce sguardo, e a rere, il picchio, di mandare un messaggio di speranza al
rifugio di Aukama.
Corro. Non sento le zampe toccare terra. Non so se l'aria mi entra dal naso, non so se i miei
occhi vedono qualcosa di pi del verde del bosco, finch mi accascio sfinito e mi arriva la voce di
Aukama.
Aufman! esclama abbracciandomi e io lascio andare la scatola con il disegno di una linea
verticale attraversata da un'altra orizzontale.
Mi avvolge un dolce aroma di lana e con gli occhi semichiusi scorgo i colori della nobilt e del
coraggio sul poncho che mi copre. Non avverto pi dolore perch Aukama ha aperto la scatola e ha
tirato fuori una polvere bianca che si  versato sulla ferita, per poi coprire tutto con una striscia di stoffa
immacolata che si  arrotolato intorno alla gamba, ed  come se avesse curato la mia di ferita.
L'aria pian piano si ferma e non ha bisogno di entrarmi nei polmoni. Aukama mi accarezza,
nella dolce lingua della Gente della Terra mi ripete che sono il suo pei, suo fratello Aufman, leale e
fedele, e mi parla dei giorni lontani in cui eravamo solo un pichiche e un pichitrewa che crescevano
protetti dal fiume e dal bosco.
Una gran pace mi invade e dal profondo del mio essere la voce del Ngnemapu, che  la stessa
voce del vecchio Wenchulaf, mi dice che  il momento di intraprendere il grande viaggio, ma che
prima di mettermi in cammino devo ascoltare per l'ultima volta la voce del mio pei, del mio fratello
mapuche.
Aukama mi prende fra le braccia e dice: Marichiweu pei, dieci volte vinceremo fratello,
perch  cos che si saluta la Gente della Terra, senza mai dire addio.
Io sono Aufman, il ricordo di un cane, e la mia storia si racconta nelle ruka della Wallmapu,
quando la nebbia del Sud del mondo nasconde il paese della Gente della Terra.
Gijn, luglio 2015. Llitun l wilki kyen.
Mese in cui il tordo inizia a cantare, secondo mese del calendario mapuche.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Glossario.
.
1  kie
2  epu
3  kla
4  meli
5  kechu
6  kayu
7  reqle
8  pura
9  aylla
10  mari
11  mari kie
12  mari epu
13  mari kla
14  mari meli
15  mari kechu
16  mari kayu
17  mari reqle
18  mari pura
19  mari aylla
20  epu mari
30  kla mari
40  meli mari
50  kechu mari
60  kayu mari
70  reqle mari
80  pura mari
90  aylla mari
100  kie pataca
1000  kie waranka
ALIWEN: albero.
ALKA: gallo.
APE: felce.
ANT: sole.
AUFMAN: fedele e leale.
A UKAMA: condor libero.
AYEKANTUN: riunione in cui si raccontano storie e si canta allegramente.
CHE: gente, uomo.
CHEDKI: padre della madre, nonno materno.
CHINGE: moffetta.
DIWEE: fungo dolce che cresce sui rami della quercia.
FOIKE: cinnamomo, albero sacro dei mapuche.
KALLFUKURA: pietra azzurra, nome di un grande capo mapuche.
KALLFTRAY: rumore del cielo.
KAWELL: cavallo.
K AYKAY FILU: serpente che domina la terra, i monti e i vulcani.
KLIKLI: gheppio.
KINTURRAY: colei che ha un fiore.
KOFKE: pane
KOLIWE: bamb.
KOLLALLA: formica.
KONKON: gufo.
KDEMALL: lucciola.
KULTRUN: piccolo tamburo rotondo dei riti mapuche.
KUYEN: luna.
LAFKENMAPU: terra dell'ovest, da dove arrivano gli spiriti del male.
LAKONN: morte.
LEMU: bosco.
LEUF: fiume.
LLUNGKI: rana.
LONGKO: autorit mapuche che dirige e consiglia.
LUMA: mirto.
MAKU: poncho.
MAMLL: legna secca.
MAKE: condor.
MANSUR: bue.
MAPU: terra.
MAPUDUNGUN: la lingua dei mapuche, la Gente della Terra.
MARI MARI CHAW: buongiorno padre.
MARI MARI KOMPU CHE: buongiorno a tutti.
MARI MARI AWE: buongiorno figlia mia.
MAYKOO: tortora.
MONWEN: vita.
AMKU: falco.
NAWEL: giaguaro.
NAWELFTA: giaguaro grande.
NGUEF: nocciolo.
N GNEMAPU: essere superiore che comanda su tutto ci che  vivo al mondo.
PELLI: quercia dal legno rosso.
PEI: fratello.
PEWEN: pinolo dell'araucaria. Anche l'albero porta lo stesso nome.
PEWENCHE: gente del pewen.
PICHI: piccolo.
PICHICHE: bambino piccolo.
PICHITREWA: cucciolo di cane.
PIKUNMAPU: terra del nord, terra della sventura.
PINYKE: pipistrello.
PIRE: neve.
PIRU: verme.
PUELMAPU: terra dell'est.
PLLAME: moscone azzurro.
RARAL: noce selvatico.
RERE: picchio.
REWLI: raul, albero della famiglia del faggio.
RUKA: casa tradizionale mapuche.
SILLO: pernice.
TRALKAN: tuono.
T RENGTRENG F ILU: serpente che domina i mari.
TREWA: cane.
TRIKAWE: pappagallo.
TUNDUKU: topo di montagna.
UFISA: pecora.
WALLE: quercia.
WALLMAPU: patria, terra madre.
WAREN: topo grande.
WEMUL: cerbiatto.
W ENCHULAF: uomo felice.
W ENUPANG: leone del cielo, creatura mitologica.
WIGA: kodkod, noto anche come guia, il pi piccolo felino delle Americhe.
WILKI: tordo.
WINGKA: estraneo, forestiero, non mapuche.
YARKEN: civetta..
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I tredici mesi dell'anno mapuche.
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Dal 21 giugno al 18 luglio: We tripantu kyen, mese dell'anno nuovo.
Dal 19 luglio al 15 agosto: Llitun l wilki kyen, mese in cui il tordo inizia a cantare.
Dal 16 agosto al 12 settembre: Llitun pofpof anmka kyen, mese in cui spuntano i cereali seminati.
Dal 13 settembre al 10 ottobre: Rayen awar kyen, mese in cui fioriscono le fave.
Dall'11 ottobre al 7 novembre: Langkon kachilla kyen, mese delle spighe.
Dall'8 novembre al 5 dicembre: Kar kachilla kyen, mese del grano verde.
Dal 6 dicembre al 2 gennaio: Kudewallng kyen, mese delle lucciole.
Dal 3 gennaio al 30 gennaio: Pramuwn kachilla kyen, mese del raccolto.
Dal 31 gennaio al 27 febbraio: Trntar kyen, mese delle termiti.
Dal 28 febbraio al 27 marzo: Nglliw kyen, mese dei pinoli.
Dal 28 marzo al 24 aprile: Malli ko kyen, mese dell'acqua nelle pianure.
Dal 25 aprile al 22 maggio: Trangli kyen, mese delle gelate.
Dal 23 maggio al 20 giugno: Mawn krf kyen, mese della pioggia e del vento.
...
.
...
FINE.